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Si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie

Ippocastano, dal latino HIPPOCASTANUM, dal greco IPPOS cavallo e KASTANON castagna.

Pianta arborea conosciuta anche sotto il nome di castagno d’India, portato in Europa dai Turchi. Trasse il suo nome dalla supposta qualità dei suoi frutti di guarire le malattie dei cavalli e specialmente la tosse. Una tradizione contadina italiana invita a tenere sempre in tasca, durante la stagione fredda, due castagne matte lucenti. Questa pratica dovrebbe preservare dal raffreddore.

http://www.conkers.it/files/ippocastano.htm

 

Autunno.  (racconto  del nostro amico scrittore Sergio Rancati)

Dopo aver raccolto il profumo della vendemmia e del muschio scuro dai bordi dei boschi, il vento spirava lieve giù per le colline, fino alla pianura, dove coglieva l’odore della terra prossima al riposo infilandosi fra le fronde degli ippocastani.

Seduto sulla panchina, il vecchio Luigi godeva il tepore dell’ultimo sole d’Ottobre. Con gli occhi bassi guardava sornione le foglie gialle volare, recitando fra se il Cirano:

 

Come cadono piano

e bene! E come porre, vedete, ognuna sa

nel suo breve viaggio un’ultima beltà;

e, malgrado il terrore d’imputridire al suolo,

vuol che nella caduta sia la grazia d’un volo!

Ridacchiava, perché fra una foglia e l’altra un riccio di castagna matta si staccava dai rami, lasciando cadere sui cofani delle auto e sulle teste dei passanti il bel frutto sodo e marrone. Gli venne quasi da ridere forte, pensando ai quei poveri cavalli, asmatici e un po’ bolsi, ai quali si usava servire castagne matte tritate per dar loro sollievo. Sua madre, povera donna, senza cadetti di Guascogna cui badare ma solo bocche affamate da riempire, usava grattugiare la polpa per dar luogo ad un surrogato schiumoso del sapone, buono solo per lavare quei vestiti grigi e marroni, che la carità avanzata da qualche armadio lasciava ai poveri diseredati. Oramai Luigi rideva anche di quello, del passato trascorso ad arrancare fino al presente e splendido Autunno, colorato e limpido di sole. Stringeva fra le mani, immerse nelle tasche dei pantaloni, due castagne matte rotolate poco prima, proprio ai suoi piedi, manco avessero chiesto: “Dai, Luigi, prendici, su, siamo proprio le tue castagne matte!”. Il tempo della leggenda era ormai passato, quando una castagna rimaneva nella tasca del cappotto per tutto l’inverno a tener lontano il raffreddore, una a destra e una a sinistra, da impugnare e far rotolare nella fodera come lo sgranare di un rosario fra le dita. Ora servivano solo a tener qualcosa in mano, così, c’è chi tiene il guinzaglio del cane, chi la borsa, chi il telefono, e lui teneva due castagne matte, una nella tasca destra e una in quella sinistra.

«Signore?»

Aprì gli occhi. Un cucciolo d’uomo, un soldo di cacio, neanche un metro, forse sei anni, lo guardava fisso, dal basso in alto.

«Signore, sta dormendo?»

«Che c’è ragazzino?» Che voce. E da quando aveva ‘sta voce da mangiabambini? «Dimmi piccolo, hai bisogno?» Meglio, molto meglio.

«Signore, posso lasciare le mie castagne qui accanto a lei, sul sedile?»

«Perché?» Ancora? Luigi: ma non lo vedi? È un bambino!

«Io intanto vado a raccoglierne altre, lei, signore, può curare le mie castagne?»

«Vai pure, ci penso io.» E dalli, ma non sei capace di usare un tono gentile? Potresti essere suo nonno lo sai? Minimo minimo hai settant’anni più di lui, che fai: il babau? E questa che fa? Con quel culone flaccido. «Signora, mi scusi, non può sedersi qui, ci sono le castagne.»

«Le castagne? Oh, le sposto subito, sono sue?»

«Signora, mi scusi, forse non mi sono spiegato, questo posto è occupato dalle castagne, se ne cerchi un altro, è pieno di panchine, deve stare proprio qui?»

«Solo un momento, non la disturberò di certo se…»

«Se mi disturba o no lo potrò ben deciderlo io, vero? Anzi, sa cosa le dico? Se ne vada che mi disturba, me e le castagne.»

«Lei è un villano, certo che me ne vado: cafone!»

«Ecco se ne vada, da brava» e chissà che non inciampi, brutta vecchia rimbambita, si crede di sedere dove vuole solo perché… e questo? «Signorina, mi scusi, può allontanare il suo cane? Sta sbavando sulle castagne» ci mancava anche il cane.

«Oh, non si preoccupi, mica le mangia sa? È il suo modo per fare amicizia, vero Gigino?»

Gigino? Un cane Gigino e io Luigi?

«Signorina, mi scusi, il suo cane sarà anche un bravo gigino, ma se me lo toglie dai piedi evito di tirargli una pedata, così la smette di sbavare sulle castagne, Gigino!»

«Ma che maniere, ma non si vergogna, vecchio bavoso e inutile? Vieni Gigino, andiamo via».

«Ecco brava, se lo porti via, Gigino, ma stia attenta, il primo vigile che incontro le faccio chiedere la paletta. Ce l’ha la paletta? Perché se non ce l’ha, quella del suo Gigino, gliela faccio raccogliere con le mani!» che sarai anche una bella figliola, ma per niente simpatica, guarda lì, sembra l’imitazione della Ekberg grassa.

«Posso prenderne un po’?»

E questo? Un altro impiccione da un metro e dieci. Tutti qui oggi?

«No, non puoi.»

«Ma lei ne ha così tante…»

«Esatto, e sono tute mie, che le sto raccogliendo da settant’anni, da quando avevo la tua età, e me le porto sempre a casa tutte da tirare in testa ai ragazzini ficcanaso come te che non hanno voglia di raccogliere e le portano via agli altri bambini!» Ecco, bravo, scappa che è meglio.

«Signore?»

Luigi si svegliò. Aprì gli occhi di scatto mentre il piccolo soldo di cacio, di ritorno dalla raccolta, farciva il marsupio allacciato in vita, già strapieno, con le castagne recuperate.

«Grazie di aver custodito le mie castagne signore.»

«Dovere. Ma cosa te ne fai?» domandò strofinando le guance di barba malfatta.

Cosa ne avrebbe potuto fare? Forse ne avrebbe regalata una ad ogni amico, a ciascun compagno di classe, per tener lontano il raffreddore. Oppure le avrebbe usate come merce di scambio: dieci castagne per una figurina, ma forse anche no, chi gioca più con le figurine? Magari le avrebbe usate per popolare il fortino di ripari, per i cowboy che combattono contro gli indiani, o ancora le avrebbe date da mangiare ai cavalli bolsi al maneggio dello zio. Già.

«Dimmi, ragazzino, che te ne fai di tutte quelle castagne matte?»

Gli occhi, quegli occhi sorridenti che lo guardarono raggianti, avevano lo stesso colore marrone, lucido e brillante delle castagne raccolte. Il giovane soldo di cacio infilò una mano nella tasca dietro ed estrasse una fionda, fatta con un ramo biforcuto e una vecchia camera d’aria. «Ciao» esclamò con sguardo complice e birbante, e corse via.

Il primo colpo fu per il culone flaccido della vecchia; poi giunse il turno della Ekberg grassa e del cane Gigino, che stava sporcando il marciapiede; il terzo mancò di poco l’impiccione da un metro e dieci che ondeggiava sull’altalena. Al quarto colpo il soldo di cacio scomparve dalla vista. Luigi sorrise: aveva custodito le castagne matte per un piccolo teppista con la mira da cecchino.

Era un pomeriggio meraviglioso, come solo i pomeriggi d’autunno sanno essere, con il cielo blu fra le nuvole rade e il vento che porta tutti gli odori del mondo a mischiarsi in profumi sconosciuti.

Seduto sulla panchina, il vecchio Luigi sospirava sereno ricordando Ungaretti:

 

Si sta come d’Autunno sugli alberi le foglie.

Oggi stava proprio bene, e aveva voglia di ridere, come le castagne matte sugli ippocastani.

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