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“essa, brina gagliarda, congelata negli alberi”

Un racconto dell’ amico scrittore Sergio Rancati  sulla ” galaverna”.

…perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…

Gigi allungò il braccio al di là delle coltri e spense la radiosveglia. Grugnì sottovoce, più una conferma a se stesso d’essere vivo che un lamento. Rivolse uno sguardo languido al profilo morbido della moglie addormentata al suo fianco e finalmente abbandonò l’abbraccio di Morfeo, calando i piedi nudi sullo scendiletto alla ricerca delle ciabatte.

Certo, niente a che vedere con “Il Risveglio del giovin signore”:

Allora il buon villan sorge dal caro letto cui la fedel sposa, e i minori suoi figlioletti, intepidìr la notte.

Da quasi venticinque anni la sveglia squillava alle cinque e trenta del mattino, da lunedì a venerdì, e tutto tranne che cerimonioso, epico o grave – quale appare il racconto della giornata del giovane aristocratico descritto dal Parini – assumeva al suo cospetto lo sforzo di buona volontà che muoveva il cuore e le membra a ricomporre ogni giorno le sembianze di un essere umano.

Segno della Croce, caffettiera da sei con biscotti, doccia, i vestiti preparati sul servo muto la sera prima, bacio del risveglio alla consorte e via, giù per le scale, in cortile, a ritrovare il fedele destriero a due ruote sulla cui sella pedalare fino in stazione.

Era una mattina d’inverno, di quelle che il fiato si condensa in nuvole dense di vapore come cirrostrati in miniatura, una mattina di quelle che le guance si arrossano come mele golden e gli occhi strizzati piangono lacrime di vetro, di quelle che tutto intorno è un ricamo di ghiaccio. Gli alberi, addobbati di bianchi aghi gelati, rilucevano al baluginare dei lampioni. L’erba spenta delle aiuole e i tetti scuri delle case brillavano infarinati dalla brina. La nebbia, fredda, che aveva aleggiato bassa e languida, era precipitata sulle cose, ovunque, intrecciando fili di ragnatela bianca come l’uncinetto di una sarta.

In quello spazio di tempo, fra il cessare della notte e il comparire dell’aurora, quando il cielo s’imbianca e il sole si appresta a spuntare all’orizzonte, Gigi pedalava. Il ritornello della canzone origliata alla radiosveglia – refrain canticchiato a livello subliminale, colonna sonora dei pensieri, un riproduttore dal tasto play incastrato – fu magicamente scalzato dalla vista dell’affascinante incantesimo di ghiaccio. Le meningi congelate si sforzarono invano di ritrovare, fra i meandri neuronali, la parola che descriveva quel preciso fenomeno meteorologico, il termine esatto con il quale, in un momento lontano dell’evoluzione linguistica, qualcuno aveva battezzato la brina, la pruina che nelle notti umide e di freddo intenso si cristallizza sui rami e sulle foglie degli alberi, sui fili elettrici e fra le maglie delle recinzioni, dove forma un rivestimento di ghiaccio e di neve. Perché sapeva che c’era un nome, l’aveva sentito tante volte, soprattutto pronunciato dai vecchi pasionari. Non un nome strano. Se recitato faceva rotolare la lingua divertita, come una caramella, o almeno così gli sembrava di ricordare, ma quale fosse, in quel momento, proprio non gli veniva in mente.

Gigi pedalava veloce, fra uno sbuffo di fiato e lo scricchiolare del suolo ghiacciato sotto le ruote, quando vicino alla pensilina della corriera, in attesa presso il palo con gli orari, un ragazzino attirò la sua attenzione. Era ancora buio, poca gente per strada, ancora meno le automobili, e Gigi distingueva da tempo ogni ombra nascosta riconoscendo l’andatura di tutti gli habitué dell’aurora. Chi era dunque la figura che si sbracciava con fare bizzarro? Uno dei tanti pazzi che emergono in orari impensati dagli abissi dello squilibrio, o solo un buontempone in vena di scherzi? Non se ne preoccupò più di tanto. In quel momento del mattino non aveva paura di niente e nessuno. Quello era il suo attimo privato. Durante quei due chilometri era inattaccabile e invincibile. E poi quel ragazzino somigliava al suo primo, suo figlio, lungo e secco come un giunco, maldestro e impacciato come un amante impazzito. Rallentò la pedalata e si fermò al suo fianco.

«Aaiiuutoo» pronunciò il giovane guardandolo negli occhi senza perdere la postura, in piedi di fronte al palo degli orari. La punta della sua lingua era incollata al sostegno, proprio come un lembo di carta o il bordo adesivo di una busta. Sporgeva dalla bocca, e la parte terminale, con una piega verso il basso, come quando si lecca un gelato o il ghiacciolo d’estate, aderiva alla superficie del palo metallico e non c’era verso di staccarla. Si vedeva, nello sguardo del ragazzo, quella pena un po’ gigiona che supplicava un pizzico d’indulgenza, sollecitando un aiuto per la soluzione del problema.

Gigi appoggiò la bici al cavalletto. Era proprio un ragazzino. Indulse un attimo ad osservarlo, ma proprio un secondo, poi levò i guanti e iniziò a tastare il sostegno gelido nei dintorni della lingua violacea. Il giovane lo squadrava, fiducioso, magari un po’ impaurito. Chissà cosa avrebbe raccontato ai suoi amici. Di sicuro, sul set di un film horror, ora sarebbe apparso un coltellaccio, lungo e minaccioso.

Dopo un po’ si avvicinò un vecchietto, il solito, quello che porta il cagnolino a spasso per i bisogni. Neanche una manciata di secondi e la prima sentenza giunse puntuale: «A Santa Caterina o neve o brina». Attorno al palo Gigi e il ragazzo incrociarono gli sguardi con la stessa espressione paziente di quelle riservate al nonno, che quando si va a trovare racconta l’episodio: “Ai miei tempi…”. Una coppia imbacuccata giunse presso la pensilina. Il più spavaldo dei due si avvicinò. Dalla fuga degli occhi fra la sciarpa e il cappello doveva avere più o meno l’età del prigioniero. Estrasse il cellulare e lo fotografò con un bel primo piano. Il ragazzino incollato tentò di cacciarlo con una pedata, urlando una maledizione di vocali per il dolore alla lingua strattonata.

Gigi levò i guanti, vinse quel po’ di raccapriccio e cercò di armeggiare con l’estensione carminio del ragazzino, che aveva ormai assunto la consistenza disgustosa e ripugnante di una bistecca appena scongelata. A poco valsero i tentativi di riscaldare l’organo con le mani e nemmeno riuscì a sollevarne i lembi esterni, come quando si cerca di rimuovere un pezzo di nastro adesivo, perfettamente aderito ad una superficie, grattandone i contorni con le unghie.

Dal nulla si materializzò il gestore della pompa di benzina che si affaccia sulla provinciale. Lasciò borbottare il motorino acceso e indagò sul da farsi. «Ci penso io, torno con gli attrezzi, magari tagliamo il palo». «Oooooo» urlò il ragazzino, forse un “no” di biasimo o la parodia del film horror immaginata. Puntuale come una coppia di guardie svizzere arrivarono anche il solito signore un po’ tarchiato e la rotonda consorte. Ogni mattina aprivano il portone della Chiesetta intitolata alla Vergine del Supplizio, poco più avanti, sull’angolo con Viale Ombroso, arieggiavano il gelido locale e preparavano l’altare per la funzione delle sette. «Ne ho visti di animali assiderati, con la lingua ancora attaccata ai pali delle funivie, lì, stecchiti dal freddo» disse l’uomo, cacciatore pentito, rivolto alla moglie. «Oppure trovavo i moncherini di lingua alla base dei tralicci dell’alta tensione, attaccati come chewing-gum consumati, strappati per disperazione dall’istinto di sopravvivenza che prendeva il sopravvento» aggiunse mentre transitavano a braccetto allontanandosi fra la bruma.

Finalmente, dall’altra parte della strada, il Bar Dopo, caffè, edicola e ricevitoria del lotto, accese le luci e alzò la saracinesca. Lasciata con un cenno del capo la custodia del ragazzino al vecchietto col cane, che per conferma recitò un convinto: «Luna mercolina è peggio di tempesta e brina», Gigi attraversò la strada pensando per contrappunto ai diari di Kafka: “Un’immagine della mia esistenza sarebbe una gelida pertica inutile, incrostata di brina e neve, infilata obliquamente nel terreno, in un campo profondamente sconvolto, al margine di una grande pianura, in una buia notte invernale”. Entrò nel bar e ne uscì poco dopo con un boccale ricolmo di liquido fumante: acqua calda di lavandino. Con attenzione, dopo aver cacciato con una pedata il botolo del vecchietto che tentava di usare una gamba del ragazzino come appoggio per la sua traccia di liquido biologico, iniziò a versare con calma il fluido caldo sul palo all’altezza della lingua del prigioniero. Ampie volute di vapore si liberarono dal contrasto fra la gelida pertica metallica e la temperatura dell’acqua. Uno, due, tre tentativi, e tirando indietro la testa, piano piano, l’estremità carnosa prese a staccarsi. In pochi secondi il giovane fu libero dal vincolo del ghiaccio, si esibì in una serie di salti e grida, come un condannato cui sono stati rimossi i ceppi, tastò con cura l’estremità strappata dal palo e tornò per abbracciarlo e ringraziarlo.

«Grazie, grazie» disse con sincera riconoscenza e il tono goffo per la lingua insensibile.

«Ma si può sapere cosa ti è saltato in mente?» domandò il gestore della pompa di benzina, tornato in quel momento con una tanica ricolma di combustibile e il seghetto da carpentiere.

«Mio nonno. Il nonno diceva sempre: “Dolce come la galaverna”, perché doveva bere il caffè senza zucchero, per via del diabete. Ho voluto assaggiarla» disse il ragazzino indicando i dintorni, gelati e splendenti alla luce dell’alba.

Gigi sorrise. Lo accarezzò, appena un po’ più alto del suo primo, suo figlio, spensierato e irresponsabile adolescente. Inforcò la bici e tornò a pedalare verso la stazione fra nuvole di fiato. Ecco cos’era: la galaverna. Era proprio lì, morbida e rotolante come una caramella sulla punta della lingua di quel ragazzino. La galaverna. Chissà che sapore ha?

… forse era giusto così, forse, ma forse, ma sì…

Sergio Rancati

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