Franco: “C’era una volta la marcita”

05 maggio 2010 , Franco Perego , ci ha scritto: “C’era una volta la marcita”

marcita a Cernusco , qualche anno fa

Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Quanti, mi riferisco soprattutto ai cacciatori padani che abbiano superato almeno i secondi “anta”, non hanno mai calpestato una marcita o non hanno almeno una volta stimolato il proprio ausiliare a fare una veloce sgroppata in queste. In entrambi i casi la finalità era la stessa: fare alzare qualche saetta alata nella speranza di riuscire a metterla nel carniere.

pavoncelle in volo

Le antiche origini

La storia della marcita parte dal XV secolo. Esistono testi antichi in cui si parla di “prati marci” coltivati dai Certosini di Chiaravalle nel 1400. Secondo Soresi (1914), il termine “marcita” in senso moderno risale al 1566. I frati Benedettini successivamente perfezionarono e svilupparono questa pratica colturale che ha reso particolarmente vantaggioso, specialmente in Lombardia , l’allevamento della mucca da latte, fino agli anni 80. Il termine marcita o prato marcitorio oppure prato iemale indica un sito, un prato in particolare, in cui, viene (sarebbe più corretto veniva) fatto scorrere un velo d’acqua per sommergere l’intero terreno. Il risultato è che l’erba che vi cresce non abbia a risentire degli abbassamenti della temperatura atmosferica e quindi non secca e continua a vegetare,permettendo un alto numero di tagli con benefici effetti economici per gli allevamenti bovini finalizzati alla produzione di latte. Tutto ciò è possibile grazie alla temperatura dell’acqua utilizzata per ricoprire la marcita . Queste acque possiedono una temperatura che si mantiene tra i 13°C e i 16°C e che provengono dai “fontanili”. Con questo termine, familiare agli agricoltori della Pianura Padana, vengono indicate quelle strutture acquifere costituite da depressioni del terreno(testa di fontanile) nelle quali, per motivi naturali e talvolta con l’aiuto dell’uomo, si verificano abbondanti affioramenti di acque sotterranee, esempio di marcita E spesso zampillanti(acque risorgive). Queste nel periodo invernale, mantengono una temperatura costante, permettendo una produzione di foraggio altrimenti impossibile.

Le sorgenti della Muzzetta Da un mio dipinto Oggi Parco provinciale Milanese

Secondo un censimento effettuato nel 1910, nella sola Lombardia , erano coltivati a marcita oltre 25.000 ettari di terreno, utilizzando esclusivamente acque provenienti da fontanili, sapientemente distribuite attraverso canali di adduzione. In Provincia di Milano, nel 1920 erano circa 900, nel 1940 se ne contavano circa 800. Nel 1975 erano ancora presenti circa 430

il fontanile testa lunga in Territorio di Cusago, nel 1990 si presentava con abbondante erogazione d’acqua

fontanili. L’ultimo censimento effettuato risale al 1990 anno in cui ne risultavano attivi solo 183, molti dei quali ridotti però in precario stato di conservazione. Le cause che portarono gradualmente a questa drastica riduzione dei fontanili sono molteplici; prima fra tutte, l’elevata cementificazione di gran parte dei terreni a ridosso dell’area metropolitana milanese con tutte le conseguenze che ne sono annesse, (abbassamento della falda acquifera, dovuto all’enorme fabbisogno di acqua a scopo urbano), con grave conseguenza anche sotto il profilo dell’inquinamento, infatti quelle formazioni geologiche che prima portavano la falda in superficie, divennero veri e propri condotti atti a trasportare le sostanze inquinanti nella falda stessa, con un funzionamento inverso dei fontanili. Seconda , ma non meno importante causa, vi è il sempre maggiore abbandono delle

fontanile trasformato in discarica

culture marcitorie, a causa della sempre meno remunerativa produzione di latte legata anche alle restrizioni imposte dalla Comunità Europea in fatto di quote latte. Con la conseguente diminuzione della produzione stessa e la forte diminuzione delle colture a marcita, e quindi un grave abbandono dei lavori di manutenzione delle teste di fontanile e dei fossi per la distribuzione delle acque. Conseguenza della forte diminuzione delle culture a marcita, è sicuramente la distruzione dell’abitat indispensabile per la presenza di quella fauna frequentatrice di questi luoghi umidi. Vi svernavano uccelli come la Pavoncella e il Beccaccino, in quanto questi animali si nutrono di invertebrati del tipo dei lombrichi e lumache, insetti solitamente presenti in luoghi umidi.
Per chi come me ama la Natura questa è sicuramente una gran perdita ; a questo punto mi sorge spontanea una domanda: potrò ancora rivedere quello spettacolo che la natura mi offriva quando ragazzo avevo la possibilità di osservare questi stupendi uccelli?

beccaccino

Chissà magari anche questi si trasformeranno in uccelli cittadini alla stregua di passeri, merli, tortore, ecc. o come i germani e le gallinelle d’acqua che abitano il naviglio della Martesana . E qui mi dissocio completamente da quei pseudo ambientalisti secondo cui tutte le colpe devono ricadere sui cacciatori .

pavoncella e beccaccino

Torno a ripetere che sono un amante della natura e non ho mai cacciato un animale in vita mia. Sono però
grato alle
associazioni venatorie poiché se oggi posso dipingere un cervo, un capriolo, un camoscio , delle starne , un variopinto fagiano, ecc. lo devo a loro .
Posso però sostenere a gran voce :C’ERA UNA VOLTA LA MARCITA.
E’ con rammarico se oggi sono costretto a dire: QUESTA “ERA”LA MIA TERRA.

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