Sergio:Polveri sottili , favola moderna

Segno dei tempi : ci invia un racconto  “attuale” uno scrittore Sergio Rancati. (29 maggio 10)

Polveri sottili

Albero Parco degli Alpini

«Il Sole, la splendida stella che domina il sistema planetario al quale appartiene la Terra, emette radiazione elettromagnetica. In questo modo fornisce energia, direttamente o indirettamente, ad ogni forma di vita sulla Terra» recitò il relatore alla platea di ragazzini radunati nella palestra della scuola.

«Tutto il cibo e i combustibili derivano dalle piante che sfruttano la sua luce. Fin dall’antichità il Sole è stato considerato dall’uomo come un’entità dal significato speciale.

Molte culture antiche lo adoravano e ne riconoscevano l’importanza nel ciclo della vita. Oggi siamo qui per capire insieme come sia possibile sfruttare l’immensa energia che il Sole produce e con la quale costantemente illumina e irraggia la nostra terra».

Matteo ascoltava interessato…

seduto sul pavimento sintetico con la schiena appoggiata al muro. Nemmeno un mese fa, per Natale, la vecchia zia gli aveva regalato una scatola con tutti gli accessori per condurre esperimenti con le celle fotovoltaiche, una confezione a metà fra il “Meccano” e “Il piccolo chimico”, con frammenti cablati di pannelli solari da collegare a lampadine, motorini e ventole dai colori stroboscopici.

«Le celle solari, realizzate con sottili lamelle di silicio cristallino, arseniuro di gallio o altri materiali semiconduttori, convertono la radiazione solare direttamente in elettricità con rendimento superiore al trenta per cento. Ad oggi si calcola che, per colmare il fabbisogno energetico dell’Europa, una superficie più o meno pari a quella della Svizzera dovrebbe essere interamente ricoperta di pannelli fotovoltaici» disse il conferenziere indicando la mappa proiettata sulla parete bianca, suscitando un brusio di attenzione a metà fra un risolino e lo stupore della platea.

«Appare quindi chiaro quanti passi in avanti sia necessario ancora fare prima di poter utilizzare su larga scala l’energia solare. Tuttavia, è già fin d’ora possibile, dove gli spazi lo consentono, utilizzare impianti a celle solari per il fabbisogno locale, come ad esempio le scuole o le fattorie».

La lezione terminò con la proposta di partecipazione al “Laboratorio di ricerca virtuale”, da frequentare il pomeriggio, due volte la  settimana, per verificare “virtualmente”, con immagini e filmati, la possibilità di costruire la “Città Solare”.

Matteo rinunciò all’offerta senza pensarci due volte. L’anno precedente aveva seguito il corso pomeridiano “Disegniamoci allo specchio”: tre settimane di scarabocchi a mano libera dove non aveva imparato granché nell’arte dello schizzo, mentre aveva scoperto quanto poco gli piaceva il suo naso riflesso nello specchio. Se ne uscì dalla palestra schiamazzando con i compagni per poi avviarsi verso casa imbacuccato nel giubbotto invernale.

Ecco: se l’utilizzo dell’energia solare avesse potuto liberarlo dalla pena di attraversare il traffico puzzolente della città, avrebbe frequentato volentieri più di un corso pomeridiano. L’atmosfera densa di smog e l’aleggiare della pesante cappa grigia che sovrastava il cielo per tutto l’inverno, lo facevano tossire e respirare penosamente. La mamma gli diceva di indossare la mascherina. Ma che vergogna.

Camminando lungo il marciapiede, sul lastricato grigio di Via Melograno, cercava di ricordare il profumo fresco d’erba tagliata, quella che con la nonna, d’estate, in agosto, le vacanze più belle nella casa in campagna, andavano a mietere lungo le rive dei fossi per i conigli e le galline. Ora il naso non sentiva proprio nulla, come quello di Celentano, chiuso dal cemento e dalle polveri sottili che da decine di giorni saturavano l’atmosfera con valori ben al di sopra del limite di guardia.

«Ci vorrebbe Ighina» gli disse una volta il nonno. E lui Ighina lo aveva conosciuto, un giorno che con la scuola avevano visitato il suo giardino all’interno dell’autodromo di Imola. Non era proprio un giardino. Era più un’esposizione di aggeggi e invenzioni, descritte da un omino minuto con la voce stridula e i capelli al vento, come i veri scienziati. Più di tutto lo aveva impressionato la pala da elicottero, grande, lunga, che l’anziano studioso aveva azionato e lasciata roteare lentamente orientata verso il cielo. Era un giorno di splendido sole, e la dichiarazione di poter richiamare o scacciare a piacere le nuvole mediante la rotazione dell’immenso ventilatore non ottenne riscontro. Ma lui gli aveva creduto. Aveva creduto all’espressione da bambino curioso che ancora illuminava gli occhi sbiaditi di quel simpatico nonno.

“E perché no?” domandò fra se e se illuminato dal ricordo. “Ighina l’avrebbe fatto. Perché non provare?”.

Quel pomeriggio, seduto alla scrivania della cameretta, mise alla prova quanto appreso durante le lezioni di geometria. Su un foglio a quadretti iniziò a disegnare un grande cerchio, la base di un immaginario cilindro, cui diede il nome altisonante di “Area metropolitana”.

Quindi calcolò il volume d’aria del “cilindro virtuale inquinato” che sovrastava la piattaforma circolare: area di base per un chilometro d’altezza. Il numero ottenuto per un attimo lo sovrastò. Non aveva mai giocato con cifre simili, “ma questo non è un gioco” si disse serio e convinto. Quindi iniziò il calcolo più complesso. Dato per assunto che un ventilatore, grande, tipo quello di Ighina, è in grado di spostare cinque metri cubi d’aria al secondo, in quanto tempo l’intera aria contenuta nel “cilindro virtuale inquinato” sarebbe stata soffiata via?

Ripeté il conteggio più di una volta, ma il risultato non cambiava: 1817 giorni per sciacquare via tutta l’aria dal “cilindro virtuale inquinato”. Un po’ troppi. Ma se anziché uno solo i ventilatori fossero stati mille? In meno di due giorni tutta l’aria della città sarebbe stata soffiata via e le polveri sottili disperse dal risucchio del vortice d’aria sollevato dalle pale rotanti. Sarebbe stato sufficiente trovare mille palazzi, di quelli alti, gli alberi di cemento di trenta piani, sulla cui sommità piazzare un ventolone orientato verso il cielo. L’energia?

Con un pannello solare da un metro quadrato ciascuno l’energia sarebbe stata più che sufficiente, non era necessario nemmeno l’interruttore: al mattino sarebbero entrati in funzione per poi spegnersi alla sera al calare della luce del sole. Che idea! Mai più tosse e cieli grigi.

La città, le strade, i giardini, ogni luogo avrebbe goduto di aria pulita e cieli azzurri. Era arrivato il momento di agire. Aprì il cassetto della scrivania, prese la biro, un foglio bianco dalla risma di carta e iniziò a scrivere.

“Egregio Signor Sindaco”.

Un momento. E il nome del progetto? Ma certo: “Vento Solare”.

“Egregio Signor Sindaco, desidero sottoporre alla sua attenzione il progetto “Vento Solare”, rivoluzionaria soluzione per risolvere il problema delle polveri sottili in città”.


«Etciù! Pietro, perdiana, chiudi la porta. E tu, Madonna, fai adagio con il piumino. Lo sapete che la polvere mi fa starnutire. Etciù! Gesu’. Puoi scrollare i calzari prima di entrare in casa per cortesia?»

«Mio buon Dio» disse Maria con fare affettuoso e indulgente. «Lo sai, è il solito problema, la mattina entra in funzione il “Vento solare” e le polveri sottili arrivano fin qui».

Il Signore guardò giù. “Terrestri!” pensò irritato. Lo sguardo cadde su Via Melograno, dove un ragazzino saltellava allegramente sul marciapiede giocando ad evitare le fughe del lastricato. Vide che era una cosa buona, starnutì ancora e sorrise. “Terrestri” ripensò divertito.

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Sergio Rancati e’ autore del romanzo “La vita e’ cosi’  e l’acqua non muore mai” , Linee Infinite Edizioni.

Un coinvolgente e appassionato viaggio nell’animo umano   alla ricerca di nuove fonti di energia per il presente e il futuro dei nostri figli. Lettura consigliata.

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